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Foto: Wolfgang Eckert/ Pixabay

Spazi vitali

«Troppa, troppo poca, oppure sporca»: se anche l’acqua diventa un problema

Sottovalutato per decenni, il tema della crisi idrica è tornato al centro dell’attenzione grazie a un vertice di tre giorni a New York - All’ONU suonano le sirene d’allarme, ma la partecipazione dei Governi è stata limitata - Il problema dell’accesso all’acqua riguarda 2 miliardi di persone

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«Troppa, oppure troppo poca, oppure troppo sporca». Per la prima volta dal 1977 le Nazioni Unite hanno organizzato un vertice sull’acqua e la sintesi migliore della situazione l’ha fatta Charles Iceland, global water director al World Resources Institute. La crisi climatica è innanzitutto una crisi idrica, ma ci sono voluti decenni per riconoscerlo, e si è dovuto attendere che ogni continente arrivasse sull’orlo del baratro di una siccità globale per ottenere un incontro internazionale dedicato. Bastano due numeri per misurare la distanza tra le dimensioni del problema e gli strumenti messi in gioco per affrontarlo: oggi il 90% degli impatti climatici riguardano l’acqua, che si tratti di siccità o desertificazione («troppo poca»), inondazioni («troppa»), o contaminazioni («troppo sporca»), eppure solo il 3% delle risorse finanziarie dedicate alla transizione ecologica mondiale vanno a una migliore gestione della risorsa più delicata e vitale.

Le priorità sono altrove

Il summit si è svolto nell’arco di tre giorni a New York. Sono arrivati scienziati e rappresentanti di organizzazioni, i numeri dell’evento sono stati superiori alle attese, ma solo una manciata di capi di Stato e di Governo si sono presentati, segno che le vere priorità politiche sembrano sempre essere altrove. Il risultato è che il summit è stata una lunga sequenza di casi di studio, numeri, storie e dati sul collasso idrico del mondo, una fenomenologia del fallimento che è servita soprattutto a visualizzare meglio il problema: è soprattutto sull’acqua che gli obiettivi di sviluppo sostenibile stanno venendo meno. L’acqua è sempre più scarsa, tra un decennio la domanda sarà superiore del 40% rispetto alla disponibilità secondo una valutazione della Global Commission on the Economics of Water. Il vertice si è poi concluso ieri, con la presentazione di un’agenda globale della gestione idrica, un documento che è soprattutto un volano per affrontare il tema in maniera strutturale alla prossima COP28 di Dubai, il nuovo appuntamento con le conferenze ONU sui cambiamenti climatici. Per farsi un’idea di quanto il tema sia stato sottovalutato, solo dopo due decenni e ventisei edizioni di incontri sul clima, l’acqua ha guadagnato il focus di una giornata tematica, alla COP27 in Egitto. Ora la comunità scientifica chiede che ogni livello di azione sul clima (mitigazione del danno, adattamento, finanza, compensazioni) abbia l’acqua al suo centro. «I cambiamenti climatici sono lo squalo, ma l’acqua sono i denti con cui ci morde e fa male», ha detto Iceland. Il summit è stato organizzato simbolicamente non solo nella settimana in cui è uscita la sintesi finale del sesto rapporto IPCC sul clima (20 marzo) e in cui si è celebrata la Giornata mondiale dell’acqua (22 marzo), ma anche a metà del percorso per completare i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, la magna carta della giustizia ambientale. Due obiettivi riguardano l’acqua, altri quattro la incrociano in maniera più o meno laterale ma al momento nessuno è in buone condizioni. Secondo un rapporto diffuso al summit di New York, oggi due miliardi di esseri umani hanno problemi di accesso all’acqua per bere, mentre addirittura metà della popolazione mondiale non ne dispone per lavarsi. Secondo l’ONU servirebbero mille miliardi di dollari per arrivare all’orizzonte di una sicurezza idrica globale per tutti. L’opposto delle politiche attuali, che l’ONU definisce all’incrocio pericoloso di consumo vampiresco e sottosviluppo». È anche necessaria una rivoluzione copernicana, le nazioni dovranno trasformarsi in rabdomanti: uno dei temi forti emersi a New York è l’importanza delle acque sotterranee per sopperire ai lunghi periodi di siccità.

Un pianeta a +1.1°C

Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha indirizzato il summit lungo quattro linee di intervento per chiudere il «gap di gestione dell’acqua». Il primo livello è lo sviluppo e l’implementazione di piani che assicurino l’accesso, la protezione e la gestione comune della risorsa, anche a livello sovranazionale, riferimento a una delle grandi paure del futuro, quella che l’IPCC definisce la «commistione di rischi climatici con rischi non climatici», in una formula più semplice: la prospettiva che tante delle guerre di questo secolo si combatteranno per l’accesso all’acqua. Il secondo punto sono gli investimenti finanziari nei servizi igienico sanitari. Il terzo è l’aggiornamento delle infrastrutture, perché, semplicemente, «non si può affrontare un’emergenza del 21.esimo secolo con le infrastrutture di un’altra era»: servono fondi per riciclo e riuso delle acque reflue, lotta strenua alle perdite, innovazione tecnologica e digitale nel monitoraggio e tubi che non si rompano in caso di disastri sempre più frequenti. E infine la riduzione delle emissioni di gas serra, perché questa è la crisi idrica di un mondo che ha appena iniziato a essere in crisi climatica, a 1.1°C di aumento della temperatura. Nessuno ha voglia di scoprire cosa diventa l’emergenza idrica globale se l’aumento di temperatura raddoppia rispetto a dove siamo oggi o addirittura triplica, superando +3°C: non è uno scenario remoto, ma è esattamente dove ci portano le attuali policy energetiche secondo il rapporto di sintesi dell’IPCC.

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