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Che impatto ha la crisi climatica sulle migrazioni internazionali?

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Clima ed energia

Che impatto ha la crisi climatica sulle migrazioni internazionali?

Le previsioni parlano di oltre 200 milioni di migranti climatici nel 2050, ma il professor Maurizio Ambrosini spiega: «Ad oggi gli spostamenti per cause ambientali avvengono soprattutto all'interno del proprio Paese»

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Gruppi di persone sfinite a bordo di barconi che a malapena restano a galla. Quando si parla di migranti, la mente corre immediatamente a chi, dall’Africa, sfida il mar Mediterraneo per trovare un futuro migliore alle nostre latitudini. Le immagini delle navi delle ONG che portano in salvo uomini, donne e bambini, raccontano solo una piccolissima parte degli spostamenti che avvengono nel mondo a causa di guerre, carestie, diritti negati, povertà e disastri naturali.

Tolte le persone in fuga dall’Ucraina, ad attirar sempre più spesso l’attenzione dell’opinione pubblica sono le partenze legate al cambiamento climatico: nel 2021 i cosiddetti migranti ambientali (o rifugiati climatici) sono stati circa 30 milioni e, stando alle proiezioni del Migration Data Portal, potrebbero superare i 200 milioni nel 2050. Il diritto internazionale, ad oggi, non riconosce lo status di migrante climatico. Ma chi sono le persone che potrebbero rientrare in questa categoria? Da dove fuggono? Dove sono dirette? Ne parliamo con il professor Maurizio Ambrosini, docente di sociologia delle migrazioni all’Università degli Studi di Milano e direttore della rivista Mondi Migranti.

Migranti internazionali? C'è scetticismo

Il professor Ambrosini spiega quali possono essere le cause ambientali responsabili delle migrazioni: «Il problema del cambiamento climatico esiste, però, quando si parla di migranti, bisogna fare alcune distinzioni. C’è il cambiamento climatico vero e proprio, di lungo termine, quello che desertifica. Poi ci sono i disastri come inondazioni, terremoti ed eventi simili, che perlopiù provocano spostamenti temporanei di popolazione. Questo avviene anche nei Paesi più sviluppati: quando ci sono gli uragani negli Stati Uniti, la gente fugge, però poi in genere ritorna dove viveva prima del disastro. Anche in Bangladesh è così, la gente, dopo il passaggio di un tifone, torna nel proprio villaggio. E poi ci sono le opere dei governi, come la costruzione di dighe o l’apertura di campi di estrazione petrolifera: questo si verifica soprattutto in Paesi con standard democratici non solidissimi, ad esempio in Cina o in India, dove la gente viene obbligata a spostarsi».

L'esperto aggiunge: «Tutti questi fenomeni ambientali sono veri, ma la questione è: quanto impattano sulle migrazioni, in modo particolare su quelle internazionali? Sul tema si discute, ma sono soprattutto gli scienziati che studiano i fenomeni fisici e climatici ad elaborare i modelli previsionali. Di fatto affermano: “La temperatura sta aumentando e quindi farà alzare il livello degli oceani di 20/30 centimetri nei prossimi 50 anni, e questo obbligherà le popolazioni di un certo numero di isole e di Stati costieri a spostarsi, perché non potranno più abitare dove vivono attualmente”. Oppure dicono: “La desertificazione causerà la perdita di tot estensioni di terreno coltivabile, quindi priverà le popolazioni, ad esempio del Sahel, dei mezzi per vivere ”. Gli studiosi delle migrazioni sono invece quasi tutti scettici, in particolare sull’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni internazionali. Le migrazioni, citando il Global Report on Internal Displacement del 2021, avvengono quasi sempre entro i confini nazionali. Questo fondamentalmente per due ragioni. Uno: la ricchezza è mobile, la povertà è fortemente radicata, o riesce a fare solo limitati spostamenti. Tornando al Sahel, ci sono studi condotti sul campo che mostrano come solo le persone più abbienti siano in grado di decidere se partire e dove andare. I poveri non trovano le risorse per spostarsi e soprattutto per andare lontano. Due: esistono "guardie di confine" come Frontex. Le frontiere erette dai Paesi sviluppati sono le più ambite aree di destinazione, ma sono sorvegliate. Abbiamo avuto il coraggio di rafforzare i confini per non accogliere i rifugiati della guerra in Siria e abbiamo fatto lo stesso per i profughi dell’Afghanistan. Quindi, se anche ci fossero milioni di persone espulse dalla loro terra per ragioni ambientali, succederà la stessa cosa: arriveranno in prossimità dei confini e Frontex le rimanderà indietro. Non saranno certo le cause ambientali a farle entrare nei Paesi sviluppati».

La rappresentazione dei barconi

Quindi non vedremo barconi carichi di persone in fuga dal proprio Paese per cause legate ai cambiamenti climatici? Maurizio Ambrosini precisa: «Innanzitutto bisogna chiarire una questione, non c’è nessuna invasione di gente che arriva con i barconi. Sono arrivati molti più rifugiati dall’Ucraina. La domanda va dunque posta in un'ottica diversa: siamo disposti a vedere con occhi diversi i rifugiati che fuggono per cause ambientali rispetto ai richiedenti asilo che arrivano per altre ragioni? Cioè, prevarrà il modello Ucraina o il modello Siria? Prevarrà l’uso di Frontex o il decreto dell’Unione europea che ha consentito agli ucraini il libero accesso, la libera circolazione e la possibilità di entrare nel mercato del lavoro? Il dilemma è questo. Una volta le persone arrivavano prevalentemente per cercare lavoro ed erano accettate come tali. Chiusi gli ingressi per lavoro, sono iniziati i ricongiungimenti familiari. Più di recente, dal sud del mondo arriva un certo numero di richiedenti asilo: circa il 13% dei rifugiati nel mondo arriva nell’Unione europea, non parliamo certo di arrivi in massa. Il 70% dei migranti si muove nei Paesi confinanti al loro». Secondo il direttore della rivista Mondi Migranti: «L’immigrazione nelle società riceventi è vista attraverso occhi ansiosi, attraverso una prospettiva di timore e pregiudizio. Per questo motivo rappresentiamo l‘immigrazione focalizzando l’attenzione su quella più temuta - i barconi - e la ingigantiamo. Ho fatto conferenze dal titolo L’accoglienza comincia dallo sguardo, perché è lo sguardo quello che ci tradisce: noi enfatizziamo la componente degli sbarchi, l’arrivo di giovani maschi musulmani dall’Africa, perché sono quelli che fanno più paura. Gli sbarchi sono anche notiziabili. Ma l'evidenza statistica è un'altra: l'immigrazione è in maggioranza femminile e cristiana. L’arrivo di donne, alla spicciolata, che vengono ad assistere gli anziani in Occidente, in Italia come anche in Svizzera, è una cosa che avviene molto più discretamente, non ci sono barche e rischi per la vita delle persone in transito. Noi ci rappresentiamo un’immigrazione diversa da quella effettiva e ragioniamo oppressi dall’ansia e dalle nostre paure».

Categorie in fuga

Lo status di migrante ambientale in futuro potrebbe venire riconosciuto, ma oggi perché si fugge dal proprio Paese? Il professor Ambrosini spiega: «Oggi si ragiona per categorie. Un certo numero di migranti dichiara, ad esempio, di essere omosessuale. Perché? Perché questo rappresenta un possibile spiraglio di accettazione. Una parte della popolazione del sud del mondo aspira a una vita migliore e quindi cerca delle possibili vie di ingresso. Un domani, se ci saranno delle leggi che daranno asilo ai rifugiati ambientali, avremo persone che rientrano in questa categoria. Per le cause ambientali manca una definizione giuridica, perché vi sono delle perplessità. Ad esempio, quelle delle agenzie che gestiscono i rifugiati, le quali temono, non a torto, che allargando il concetto di rifugiato, alla fine si rischia di finire per non proteggere le persone che davvero ne avrebbero bisogno, come chi è perseguitato o fugge dalla guerra». Il docente universitario prosegue: «Il problema andrebbe risolto in un altro modo, altrimenti avremo sempre persone che cercano una categoria che consenta loro di ottenere accoglienza. Oggi c'è chi, mentendo, si spaccia per minorenne, si fa passare per malato, afferma di essere perseguitato, omosessuale, o altro. Bisognerebbe ragionare in termini di diritto alla mobilità.

La carta dell’ONU stabilisce il diritto delle persone a lasciare il proprio Paese, però non c’è un corrispondente diritto ad essere accolti. Gli Stati del mondo che ne hanno la possibilità dovrebbero stabilire delle quote annuali di persone che sulla base di certe caratteristiche possano candidarsi all’ingresso. E allora probabilmente supereremo la questione delle categorie, del titolo autentico per presentarsi e poi chiedere accoglienza».

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